Alessandro Giorgetti in The Glory Hole Performance

Il nuovo aquisto di TouchArt International, battuto in Russia da Sotheby’s con due opere per 90.000,00 Euro. Una quotazione che lo proietta in paradiso ed è destinata a crescere.

Alessandro Giorgetti (Fondatore del ‘Movimento Trampled Art’), nasce a Messina il 26 Agosto 1970. Le sue opere, uniche al mondo, hanno la caratteristica di essere firmate su due lati opposti, dando così la possibilità, al collezionista, di partecipare all’opera scegliendo in quale verso appendere il dipinto. Un’idea geniale che lo rende più vicino a Mark Rothko, morto nel 1970, anno in cui nasceva Alessandro.

Una idea suggerita da un aneddoto del pittore Lettone d’America, di cui un’opera fu appesa capovolta per errore in un’esposizione.

The Hole: l’arte nel buco

Giorgetti Sostiene  che l’arte ha perso la creatività, tutto è ripetizione di ciò che già esiste. Uno stallo, un blocco collettivo di fantasia. Con il progetto The Hole si concentra l’attenzione non più sull’opera d’arte ma nel buco, quindi nel vuoto creativo. La performance The Glory Hole consiste in un’installazione umana di corpi atletici e maschili nudi che tengono i quadri con entrambi le mani davanti al pene non eretto infilato nei buchi degli stessi con posizione eretta e statuaria (come Bronzi di Riace).

Il Nudo di donna super inflazionato che da millenni attira l’attenzione degli uomini, viene sostituito dal corpo maschile che diventa arte, quindi accentra l’attenzione distogliendola dal quadro, l’opera d’arte diventa quindi il corpo maschile ribaltando la tendenza del passato. Un corpo che piacerà alle donne, agli omosessuali e perché no anche agli eterosessuali che non potranno fare a meno che osservare e ammettere con una punta d’invidia la bellezza non volgare. Quindi:

Presentazione Critica di Federico Caloi

Esistono ancora i giganti? È questa la domanda che si pone in questi giorni lo scrittore Andrea Pomella in un articolo apparso sulla rivista Internazionale. Il riferimento è alla statura intellettuale, a quei geni della storia cui siamo abituati a immaginare quando pensiamo ai grandi dell’umanità, della scienza, della cultura, dell’arte. È da una riflessione come questa che possiamo partire per analizzare l’intento della performance – “The Glory Hole Performance” – che l’artista Alessandro Giorgetti vuole realizzare con l’esposizione delle sue opere del ciclo “The Hole”, infilandole nel membro di statuari modelli umani nudi. Perché se non esistono più giganti, non esiste più neanche l’arte.

C’è, in questo concept artistico di Alessandro Giorgetti, da fare una considerazione di partenza. Da sempre nell’arte, il significato e il significante – in questo caso: quello che vediamo e quello che significa ciò che vediamo – non sono separabili. Alla stregua della teoria semiologica sulla linguistica di Saussure, sono come le due facce dello stesso foglio (Ricordiamo per inciso che; significante: la sequenza di fonemi o grafemi di una parola. Significato: l’immagine mentale che noi abbiamo di quella parola. Immaginiamo la parola “nuvola” scritta o pronunciata, quello è il significante. Ora disegniamo una nuvola, quello è il significato). Saussure ci insegna che pur essendo inseparabili, il rapporto significato/significante è arbitrario. Da qui, quello che può apparire come una provocazione, e sgomberiamo subito il campo da un tema che potrebbe emergere, è invece, una asserzione vera e propria, un’affermazione di uno stato dell’essere (dell’arte), che Giorgetti sente fortemente di dover dichiarare. Già in questo senso dobbiamo annotare che non si tratta di un urlo, di un appello, di una boutade; è un punto esclamativo dopo un verbo declinato nell’imperativo.

Se nella performance, Giorgetti vuole portare l’attenzione visiva sul buco, verso questo spazio che è il vuoto dell’arte, l’atto di riempirlo con la parte più creativa del corpo umano, partendo da una sua appendice, compie un’azione di traslazione verso ciò che è rimasto di vero nell’arte; l’essere umano. La scelta del nudo maschile, nella forma di uomini statuari, ha però conseguenze feconde nel messaggio proposto. Fermiamoci a considerare prima questo aspetto, più profondo, più generale, rispetto alle implicazioni particolari che riguardano la messa in scena, in bella vista, di un cazzo maschile, – sì, detto così; senza vergogna e senza volgarità di pensiero, da vedere o accusare – di cui parleremo dopo.

Innanzitutto la proporzione tra l’opera d’arte e il modello umano ci dà subito un riferimento concettuale e non c’è bisogno di spiegazioni ulteriori in questo senso.

Abbiamo detto: conseguenze feconde. Se nell’immaginario comune il senso della fecondità va ascritto alla donna, – anche nel vocabolario la parola ha un esclusivo riferimento femminile; dal latino fecundus che ha la stessa radice di femina – Giorgetti inconsciamente, come se riportasse alla superfice sue precise memorie ancestrali, ci pone davanti a dei temi affascinanti e al tempo stesso discriminanti per dipanare il tema che lui propone. L’arte è morta? È ferma in una situazione di stallo? Ha esaurito la sua evoluzione? In questo senso ogni paragone con lo spazialismo, da Lucio Fontana a compagnia cantante, si esaurisce e si ferma ad una osservazione di tipo puramente estetico/formale.

Può, l’uomo, inteso come essere maschile, essere fecondo? Lo è! Nella misura in cui l’atto creativo gli appartiene, e in considerazione del fatto che la vetta dell’atto creativo è l’arte, il maschio, allora, è un essere fecondo. Ecco che, se fosse così, l’arte potrebbe tornare ad “essere”.

Sembrerebbe a questo punto del discorso nascere un problema di discrimine, di genere, nel senso della tanto vituperata problematica del gender, uomo sì/donna/no, ma, l’accento, l’intuizione che ha Giorgetti, la scintilla, scaturisce dalla scoperta che senza l’atto della fecondazione (il suo simbolo è il fallo), che può essere generato solo dal seme, non c’è fecondità. In questo senso, e qui possiamo affrontare il secondo aspetto della performance, mettere in bella vista un pene maschile, addirittura circondato dall’opera dell’artista, in questo senso, dicevamo, Giorgetti riporta tutto indietro di millenni. Nel momento più alto della classicità greca, proprio quando le forme delle statue costruivano quel canone così straordinario della bellezza, ancora oggi considerato una meta insuperabile, mostrare il fallo maschile e tutta la sua nudità, non era un tabù. Così come non lo era mostrare quella femminile.

Che cosa è successo, da allora ad oggi, che ha cambiato così profondamente la nostra percezione del pudore, del valore di un nudo, dell’immagine di una donna che, fondamentalmente, può essere mostrata in tutta la sua nudità, e di un uomo, cui si può vedere tutto, ma il fallo, no! Quello proprio no!? E che rapporto c’è tra tutto questo e l’atto che compie Giorgetti, con la sua dichiarazione d’intenti? Il nesso sta proprio tutto lì, intorno a quella straordinaria libertà di pensiero che avevano questi nostri antichi capostipiti, che per ciò stessa era potenza generatrice. Libertà negata oggi da un appiattimento morale che non ha mai avuto precedenti nella nostra civiltà, ormai definita mediocrazia. La mancanza di tensione ideale, e qui tralasciamo paragoni spontanei, produce un decadimento totale della misura intellettuale e quindi della potenza creativa. Troviamo un nesso tra il fondamento della civiltà greca, che, consapevole di avere inventato la ratio, supremo strumento per raggiungere gli scopi della virtù attraverso la teknè (la parola che usavano i greci per l’arte) altrettanto scopriva la necessità di compensare questa razionalità con la mancanza di controllo totale, vedi i Misteri Eleusini. In questo senso, mostrare il buco dell’opera, riempito da un cazzo (ripeto: usiamo questa parola senza volgarità di pensiero), è per forza straniante, è ovvio che scombussola stare davanti a un oggetto/soggetto che non solo è tabù, nella sua rappresentazione iconografica pubblica, ma è anche uno dei simboli più complessi e più carico della civiltà umana. Kalos kai Agathos, dicevano i greci, “etica ed estetica”, potremmo impropriamente tradurre oggi. Questo è il senso profondo della performance di Alessandro Giorgetti, la sua dichiarazione sullo stato dell’arte, a patto di intendere per etica quel complesso di virtù che afferiscono al privato, in contrapposizione con una morale pubblica, totalmente in stallo.

Federico Caloi